Datagate: il pozzo di S. Patrizio della democrazia borghese
03 Luglio 2013. ”Resistenza”
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La “legalità” della borghesia non può essere la bussola per costruire il nostro futuro
A inizio giugno il quotidiano britannico Guardian riceve e pubblica un’ordinanza giudiziaria top secret con cui il giudice americano Roger Vinson ordina intercettazioni di massa a compagnie telefoniche e server internet, senza la causale di reati di alcun tipo né di eventuali sospetti o minacce alla sicurezza nazionale (sulla base del Patriot Act emanato da Bush dopo l’11 settembre 2001). L’autore delle rivelazioni è l’ex tecnico della NSA (National Security Agency) Edward Snowden, che ha trovato inizialmente rifugio ad Hong Kong e che al momento in cui scriviamo è a Mosca in attesa di una destinazione definitiva che lo accolga come rifugiato politico. Esplode il caso “datagate”, che nel giro di breve assume dimensioni internazionali: i servizi USA spiano milioni di cittadini americani, spiano anche privati e istituzioni di Cina e Hong Kong, poi viene fuori che spiavano anche le sedi dell’UE a Washington, le comunicazioni di ministri e diplomatici UE (in particolare quelli tedeschi) a Bruxelles, e di paesi aderenti all’UE, che anche i servizi britanni hanno spiato le delegazioni russe, sudafricane e turche presenti al G20 del 2009, che alcuni governi europei, tra cui quello italiano, passano dati personali ai servizi USA...

Molti diranno che era un po’ il segreto di Pulcinella, che in fondo nessuno si
stupisce, che sono cose che si sapevano. Certo, sono cose che si sapevano ma
vederle disvelate dall’interno fa piazza pulita di quell’alone di mistero di
cui si nutrono tutti i miti e i cantori dell’onnipotenza della borghesia, del
“grande fratello” che tutto vede e tutto sa ma nessuno sa cos’è, chi è, dov’è.
Non sappiamo cosa abbia spinto Snowden a fare tutte quelle rivelazioni, che
sia, come dice, per patriottismo, oppure per coscienza o per interessi di
qualche tipo, ciò che a noi interessa è che quelle rivelazioni confermano che
gli imperialisti sono un gigante con i piedi d’argilla, come ci hanno insegnato
Lenin e Mao Tse-tung. Sono dei giganti, ma sempre più circondati dall’indignazione
popolare, sempre più trincerati nelle loro “zone rosse”, sempre più incalzati
dalla ribellione dei popoli oppressi, sempre più disprezzati per la barbarie
che seminano in ogni angolo del mondo. Al punto che persone fino a ieri alle
loro dipendenze come spie o mercenari, poliziotti o informatici, professori,
esperti, operatori finanziari gli si rivoltano contro e rendono pubbliche le
loro manovre, i loro crimini, i loro segreti. Prima di Snowden ci sono stati, e
ricordiamo solo i più famosi, Julian Assange, Bradley Manning, il militare
americano che ha passato a Wikileaks alcuni files sulle atrocità compiute
dall’esercito in Iraq, c’è stato Hervé Falciani, l’ex dipendente della Hsgc
(uno dei più grandi gruppi bancari del mondo) che ha rivelato i dati relativi a
conti corrente svizzeri di evasori d’alto bordo (un giro di 200 miliardi solo a
livello europeo). E a rincalzo di Snodwn è sceso in campo Wayne Madsen, ex
luogotenente della Marina americana e per 12 anni attivo nella NSA: “almeno
sette paesi dell’UE, tra cui l’Italia, collaborano con gli Stati Uniti nella
raccolta di dati personali” e ancora “Snowden è stato condannato da molti che
ritengono non abbia il diritto di fornire al pubblico dettagli sullo spionaggio
della NSA. Ma che diritto ha il direttore della NSA, Keith Alexander, di dare
informazioni sui programmi di sorveglianza durante cinque incontri della
Bilderberg Conference?”.
Le accuse che il governo USA muoveva ad altri, in primo luogo a quello cinese,
si sono rivelati pratica corrente e planetaria del maggiore “esportatore di
democrazia”. Non vogliamo aggiungerci al coro di quanti denunciano le
deviazioni delle autorità nostrane e no dalle leggi, le loro illegalità e i
loro crimini (ma trattano ogni episodio come se fosse un’eccezione da un corso
normale delle cose). La prassi corrente, partendo dalle fabbriche e arrivando
ai governi, è il continuo raggiro delle regole e delle leggi come base della
vita di ogni Stato borghese. Attenersi alla legalità della borghesia, usarla
come bussola del proprio agire politico, significa legarsi mani e piedi al
destino dell’attuale società in declino, è precludersi la via al futuro e al
cambiamento. In ogni momento storico il cambiamento delle leggi e delle prassi
di tutta una società si impongono prima dal basso, come un nuovo sistema di
relazioni e convenzioni sociali che si sviluppa nel ventre della vecchia
società e che per nascere deve recidere il cordone ombelicale dei vecchi
ordinamenti e codici, ormai inutili e dannosi. La legalità della borghesia è
fatta di licenziamenti, emarginazione, morti “bianche”, suicidi, inquinamento,
sfratti, ignoranza e, appunto, intercettazioni, schedature e repressione. La
legalità nuova la dobbiamo creare e perseguire: lavoro per tutti, dignità,
salute, casa, partecipazione e trasparenza. Questi sono i legittimi diritti
delle masse popolari che devono essere la bussola per la costruzione del
futuro, senza se e senza ma.
Pubblicato su “Resistenza” n. 7-8/2013